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Di ritorno dal viaggio in Repubblica Dominicana ed Haiti…


Pubblichiamo con grande piacere il contributo di Ilaria, una delle ragazze che ha fatto quest’estate l’esperienza di viaggio di conoscenza ed incontro con ColorEsperanza e Dona Un Sorriso.

Il miglior servizio che possiamo rendere ad alcune persone, a volte, è parlare di loro. Non tanto perché la loro storia venga ricordata, ma perché quella storia ci riguarda, e finché vorremo negare di esserne co-responsabili saremo noi a perderci. Resteremo meno di ciò che potremmo essere.
I dati concreti di questa storia sono semplici: 10 giovani italiani, 3 settimane, un lungo viaggio nell’isola di Hispaniola, sotto la guida dei presidenti di due associazioni (Roberto Calmi per Dona un Sorriso, Roberto Codazzi per ColorEsperanza). Hispaniola è più nota col nome dei due Paesi in cui è separata, Repubblica Dominicana e Haiti: qualcosa come il 42% di tasso di povertà nel primo e un inconcepibile 80% nel secondo. Ora, a più di un mese di distanza dal distacco, cosa ricordo ancora, di questi nomi e cifre che davanti ai miei occhi sono diventati esseri umani?
Miseria, in primo luogo. I rifiuti si ricordano con gli occhi e con il naso. Le discariche di Haina, una città che di spazzatura si alimenta, pattuglie nervose di donne, uomini e bambini che frugano con gli occhi e con le mani colline d’immondizia, arraffando la plastica, le bottiglie di vetro, come animali. Ma la spazzatura è ovunque: nelle strade, nelle case, dentro ai fiumi, senza tregua.
Poi si ricorda l’abbandono, nei quartieri di periferia. Le strade attorno a Santo Domingo, baracche di lamiera, bambini nudi sulla terra, fra i rivoli di sporco, e i tanti malati di cui ci raccontano, ma che ai nostri occhi sono invisibili.
Il nucleo di questo amaro groppo d’immagini è probabilmente una fugace ma indelebile visita ad Haiti: superi la frontiera avanzando a gomitate fra una folla che corre, e ti sale subito in gola qualcosa. Qui una città è fatta solo di periferia, è quasi impossibile vedere un anziano, c’è chi si mette in attesa fuori da un ristorante solo per poter avere le ossa avanzate del tuo pollo. E non è questione del terremoto. È questione di un Paese che non ha politica, non ha strutture, non ha neanche una rete di strade, e ciò da sempre, non da quando ha le telecamere puntate addosso.
Tragedie ad Haiti, dunque, ma gli haitiani che si sono spostati in Repubblica Dominicana non vivono meglio. Si realizza, come altrove, il paradosso dell’immigrazione: gli haitiani servono, perché lavorano, ma non dovrebbero esserci, perché sono stranieri. Ecco allora la doppia facciata: mentre la politica propaganda ufficialmente l’odio verso l’immigrato nero, sottobanco continua a fare entrare dal confine quei neri di cui ha tanto bisogno. E ogni tanto, per soddisfare l’opinione pubblica, ne risbatte indietro un po’.
Sembrerà ridicolo, a noi, che i leggermente meno neri diventino razzisti verso i poco più neri. Ma noi occidentali intelligenti non siamo meno ridicoli, spesso, sulle questioni di pelle.
Ho detto cose che saranno già nelle orecchie un po’ di tutti. Descrivo scenari che abbiamo visto, ascoltato o letto decine di volte. Magari ci sdegniamo, o ci si stringe un poco il cuore. Ma dopo poco, fortunatamente, passa. Qual è il passaggio che manchiamo sempre, che fa sì che queste notizie trascorrano ma non segnino la nostra vita? Forse è una domanda: perché. Perché quell’uomo ha chiesto le ossa del mio pollo? La tentazione, spesso, è quella di addossare la colpa esclusivamente a misteriosi manager di aziende senza volto, ai potenti, ai ricchi, ai politici, ai cattivi. Ci vuole un certo coraggio per ammettere che esistono diversi livelli di responsabilità, e che ad un livello abitiamo noi.
La nostra qualità di vita è garantita dalla loro: noi possiamo, spesso, perché loro non possono. Possiamo avere due macchine perché laggiù c’è Raphael che non ha una bicicletta. Possiamo avere nell’armadio dieci paia di jeans, perché vi sono intere popolazioni che sono tenute in condizioni tali da dover tessere quei jeans senza poter mercanteggiare sul prezzo: costano poco, e per noi è comodo.
La loro povertà non è un caso, è una necessità: alla nostra società fa bene.
Sempre tentati di considerare queste diagnosi un’esagerazione propagandistica, un commento emozionale, una deformazione di una realtà che in verità è sicuramente meno tragica (come potrebbe essere così crudele, mancheranno di certo importanti sfumature), puntualmente, rimuoviamo. Credo che una differenza del dopo viaggio, per noi, sia questa: stavolta sarà difficile dimenticare.
Ma se il viaggio fosse stato solo questo, una dimostrazione sull’economia mondiale, magari sarebbe bastato un buon libro ad uguagliarlo. C’è invece qualcosa che nulla al mondo avrebbe mai potuto spiegarci a distanza, e questo qualcosa sono le facce.
Abbiamo visto decine, centinaia di bellissime facce, facce buffe di bambini, facce sorridenti di venditrici ambulanti, facce dagli occhi grandi e facce segnate dalla fatica della vita. Tutte queste facce avevano qualcosa in comune: erano meravigliose, di una meraviglia che si fa fatica a immaginare se non la si è avuta davanti agli occhi.
Tornando in Italia non mi hanno stupito tanto il ritorno della corrente elettrica, la disponibilità di acqua calda, il numero dei cestini per strada: mi ha lasciato attonita l’imbarbarimento delle nostre facce.
I nostri visi sono quasi tutti abbrutiti dallo stress, dalla fretta, dalla stanchezza, da un nugolo di meschinità e di piccoli problemi che ci si appiccica addosso, ci rende distratti, rende meno aperti anche i sorrisi. Ormai, però, siamo talmente abituati a vivere in mezzo al nervosismo e alla sfiducia da non renderci neanche conto della faccia tesa con cui camminiamo per strada.
Le facce che abbiamo incontrato laggiù invece, immerse in problemi molto più grandi di loro, in un contesto dove quasi nulla invita a sperare, hanno una forza dolce e piena che ti lascia stupito. I sorrisi sono intensi, non a metà, si liberano nella danza e nel canto, incoraggiano alla speranza e all’entusiasmo. Si respira un attaccamento tenace all’esistenza che nessun ostacolo riesce a fiaccare, ma che si rinnova ad ogni occasione. Sembra che la vita sia troppo breve per rimandare il momento di essere felici, nonostante tutto, oltre tutto.
Ad Haiti, uno dei Paesi più poveri del mondo, il numero di suicidi è quasi invisibile. Nessuno si concede il lusso di essere annoiato dalla vita, di dimenticare l’amore. Spogliati di tutto, i poveri si riscoprono privi anche di tante nostre preoccupazioni, di tanti sofismi, di tante sovrastrutture che ogni tanto ci ritroviamo ad imporre all’esistenza e che rischiano di distrarci dalla sua vera essenza, da ciò che conta davvero.
La povertà invece arriva al nocciolo, gratta fino alla radice. Ci è servita a ricordare l’inevitabilità dei rapporti e perfino il piacere del servizio: ha reso più belli anche i nostri visi. Fossero bambini, educatori, volontari, gente che aiutava o gente che riceveva, tutti hanno contribuito a creare un’atmosfera tesa alla vita, e la bellezza di questo lavoro ci stupiva più forte in mezzo alla violenza, per contrasto, brillava di più.
È soprattutto questo che riportiamo a casa: non la pena, non la compassione, ma l’ammirazione ed il rispetto, perché non credo che al loro posto noi sapremmo vivere con lo stesso stile.
Nella speranza che viaggiare sia servito ad imparare, vi invitiamo ad ascoltare questa storia dalle nostre voci, non appena se ne presenterà l’occasione. Grazie a chi ci ha permesso di partire.

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  1. 18 ottobre 2010 alle 21:39

    é incredibile come ciò che rimane negli occhi, nella mente, nel cuore di chi vuole vedere, ascoltare e sentire, sia proprio quel caldo sorriso di chi ancora sa amare la vita per quello che è, un dono. Anche a distanza di anni il sorriso di …quei bambini e di quella gente apre il cuore, mescolandosi ad un sentimento di impotenza e indignazione che corrode. Dovremmo ringraziare ogni giorno chi ha il coraggio di assumersi le nostre responsabilità a riguardo e lavorare con queste persone, per dare loro una tra le tante cose di cui hanno bisogno: un’opportunità. RB

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